p 487 .

  22 . Le rivoluzioni del 1848: il ruolo delle varie classi sociali.
  
  Da:   E.  J.  Hobsbawm,  Le  rivoluzioni  borghesi,  1789-1848,   Il
Saggiatore, Milano, 1963.
     
         Negli    anni   immediatamente   precedenti   il   1848    il
         presentimento  di un'imminente rivoluzione era avvertito  non
         solo  dai rivoluzionari, ma anche da tutte le forze politiche
         e  sociali,  dalle  classi  dirigenti  alle  masse  popolari.
         Nell'analizzare  le  caratteristiche  di  tale  fenomeno   lo
         storico  inglese Eric John Hobsbawm presenta  le  rivoluzioni
         del  1848  come  il risultato di una crisi sia economica  che
         politica  ed  evidenzia il ruolo svolto dalle diverse  classi
         sociali.  La  borghesia  era  consapevole  che  per  una  sua
         ulteriore  espansione erano necessarie pi  o  meno  profonde
         trasformazioni politiche; a queste si opponevano  tenacemente
         le  monarchie  assolute  e le classi  aristocratiche,  bench
         fossero  coscienti  che la "storia era contro  di  loro".  La
         paura  della rivolta popolare fren la borghesia; a  muoversi
         furono  allora i lavoratori, i quali, per, pensavano che  la
         crisi  irreversibile dell'ancien rgime  coincidesse  con  la
         crisi   del   capitalismo,  mentre  quello   che   segu   le
         rivoluzioni "non fu il crollo del capitalismo, ma il  periodo
         della  sua  pi rapida espansione e del suo pi incontrastato
         trionfo".
     
In  breve,  negli  anni intorno al 1840 il mondo  si  trovava  in  una
posizione   di  equilibrio  instabile.  Le  forze  della   rivoluzione
economica,  tecnica  e  sociale, scatenate nell'ultimo  mezzo  secolo,
erano  senza precedenti e irresistibili, anche per il pi superficiale
degli  osservatori.  D'altra parte, le loro conseguenze  istituzionali
erano ancora modeste. Era inevitabile, per esempio, che prima o poi la
schiavit e la servit della gleba scomparissero ufficialmente  (salvo
qualche  residuo  in regioni remote o non ancora toccate  dalla  nuova
economia),  come  era  inevitabile che la Gran  Bretagna  non  potesse
rimanere  per  sempre il solo paese industrializzato. Era  inevitabile
che  le  aristocrazie  terriere  e  le  monarchie  assolute  dovessero
capitolare in tutti i paesi nei quali si stava sviluppando  una  forte
borghesia, quali che fossero i compromessi o le formule escogitati per
conservare il proprio stato, la propria influenza e persino il proprio
potere  politico.  E inoltre, era inevitabile che l'infusione  di  una
coscienza  politica e di un'attivit politica permanente nelle  masse,
che era la grande eredit lasciata dalla Rivoluzione francese, dovesse
prima o poi significare che queste masse avrebbero avuto la loro parte
ufficiale nella politica. E date la considerevole accelerazione subita
dalle  trasformazioni sociali sin dal 1830 e la ripresa del  movimento
rivoluzionario in tutto il mondo, era chiaramente inevitabile che  dei
mutamenti - qualunque

p 488 .

fosse  la loro precisa natura istituzionale - non sarebbero tardati  a
venire.
     Tutto  ci  bastava a suscitare negli uomini  di  quel  tempo  il
presentimento  di  un'imminente  trasformazione.  Ma  non  bastava   a
spiegare   il   presentimento,  che  dominava   tutta   l'Europa,   di
un'imminente rivoluzione sociale. E' assai significativo il fatto  che
questo  presentimento  non  fosse limitato ai  rivoluzionari,  che  lo
esprimevano nei modi pi elaborati, n alle sole classi dirigenti, che
in  tempi  di  mutamenti sociali sentono sempre riaffiorare  la  paura
della massa dei poveri. Gli stessi poveri lo provavano. Lo esprimevano
le  classi  istruite  del popolo. "Tutte le persone  bene  informate",
scriveva  da  Amsterdam il console americano durante la  carestia  del
1847,  descrivendo i sentimenti degli emigranti tedeschi di  passaggio
in  Olanda, "esprimono la convinzione che la presente crisi sia  tanto
intimamente connessa con gli avvenimenti del periodo attuale che la si
pu  considerare  come  l'inizio  di quella  grande  rivoluzione  che,
secondo loro, dovr prima o poi dissolvere l'attuale stato di cose".
     La  ragione era che la crisi di quello che rimaneva della vecchia
societ  pareva  coincidesse  con una  crisi  della  nuova.  Guardando
indietro  a  quel  periodo,  facile accorgersi che i  socialisti  che
predicavano  l'imminente  crisi  finale  del  capitalismo  erano   dei
sognatori  che  confondevano  le  loro  speranze  con  le  prospettive
realistiche. Perch in realt quello che ne segu non fu il crollo del
capitalismo, ma il periodo della sua pi rapida espansione e  del  suo
pi  incontrastato  trionfo. Tuttavia, tra il  1830  e  il  1850,  era
tutt'altro  che  evidente  che la nuova  economia  dovesse  o  potesse
superare  le difficolt che pareva andassero sempre crescendo  con  la
capacit di produrre quantitativi sempre maggiori di merci con  metodi
sempre pi rivoluzionari. [...]
     Per  le  masse  popolari il problema era ancora pi semplice.  Le
loro  condizioni  di vita nelle grandi citt e nelle zone  industriali
dell'Europa occidentale e centrale le spingevano inevitabilmente verso
la  rivoluzione  sociale. L'odio per i ricchi e per i grandi  di  quel
mondo  amaro in cui vivevano e il sogno di un mondo nuovo  e  migliore
davano  una  visione e uno scopo alla loro disperazione, anche  se  di
questo  scopo  solo pochi, specialmente in Inghilterra,  si  rendevano
conto. La loro organizzazione e la felicit di un'azione collettiva le
rendevano forti. Il grande risveglio della Rivoluzione francese  aveva
insegnato che il popolo non deve limitarsi a sopportare docilmente  le
ingiustizie [...].
     Era  questo lo "spettro del comunismo" che incombeva sull'Europa,
la  paura  del "proletariato" che assillava non solo i proprietari  di
fabbriche  del Lancashire o della Francia settentrionale, ma  anche  i
funzionari  statali  della Germania rurale,  il  clero  di  Roma  e  i
professori  di  qualunque paese. E giustamente. Perch la  rivoluzione
che  scoppi  nei  primi mesi del 1848 non fu una rivoluzione  sociale
solo  nel senso che coinvolse e mobilit tutte le classi sociali. Essa
fu n pi n meno che l'insurrezione delle classi lavoratrici di tutte
le  citt - e specialmente delle capitali - dell'Europa occidentale  e
centrale. Fu la loro forza, e quasi da sola, a rovesciare gli  antichi
regimi  da Palermo alle frontiere della Russia. E dalla polvere  delle
loro rovine, i lavoratori - e in Francia i lavoratori socialisti -  si
levarono a domandare non solo pane e lavoro, ma un nuovo Stato  e  una
nuova societ.
     In  mezzo  alle agitazioni delle classi lavoratrici, la crescente
debolezza e decrepitezza degli antichi regimi d'Europa moltiplicava le
crisi  nel mondo stesso dei ricchi e dei potenti. [...] In Inghilterra
e   in  Belgio,  per  esempio,  i  conflitti  tra  gli  agrari  e  gli
industriali, e tra i diversi settori delle due classi, abbondavano. Ma
si  capiva  chiaramente  che le trasformazioni  del  1830-'32  avevano
risolto la lotta per il potere in favore degli industriali, ma che ci
nonostante  lo statu quo politico si sarebbe potuto congelare  solo  a
rischio di una rivoluzione, e che questo doveva essere evitato ad ogni
costo.  Conseguentemente l'aspra lotta per le leggi sul grano fra  gli
industriali britannici fautori della libert di commercio e gli agrari
fautori  del  protezionismo  pot essere  combattuta  e  vinta  (1846)
nell'ambito  del  movimento  cartista,  senza  mettere  a  repentaglio
neppure per un momento l'unit di tutte le classi dirigenti contro  la
minaccia del
     
     p 489 .
     
     suffragio  universale.  In Belgio la vittoria  dei  liberali  sui
cattolici nelle elezioni del 1847 allontan gli industriali dalle file
dei  rivoluzionari  potenziali,  e nel  1848  una  riforma  elettorale
intelligentemente  studiata, che raddoppi  l'elettorato,  dissip  il
malcontento di importanti settori della piccola borghesia. E non vi fu
la  rivoluzione del 1848, per quanto dal punto di vista  materiale  il
Belgio (o piuttosto le Fiandre) stesse peggio di qualunque altro paese
dell'Europa occidentale, esclusa l'Irlanda.
     Ma  nell'Europa assolutista del 1815, l'irrigidimento dei  regimi
politici  che  avrebbe  dovuto  scongiurare  qualunque  mutamento   di
carattere liberale o nazionale, non lasci altra scelta, anche ai  pi
moderati  degli  oppositori,  che  quella  dello  statu  quo  o  della
rivoluzione.  Questi, forse, non avrebbero neppure avuto  l'intenzione
di  ribellarsi  da  soli  ma,  a meno che non  fosse  intervenuta  una
rivoluzione sociale irreversibile, non avrebbero guadagnato  nulla  se
qualcuno non lo avesse fatto. I regimi del 1815 dovevano prima  o  poi
sparire. La convinzione che "la storia fosse contro di loro" minava la
loro  volont di resistenza, e il fatto che lo era veramente ne minava
anche le possibilit. Nel 1848 il primo lieve soffio di rivoluzione  -
e  spesso di rivoluzione all'estero - li spazz via. Ma finch  questo
soffio non venne, essi rimasero. [...]
     In  teoria  la Francia di Luigi Filippo avrebbe dovuto  avere  la
medesima   flessibilit   politica   dell'Inghilterra,   del   Belgio,
dell'Olanda  e della Scandinavia. In pratica non fu cos.  Per  quanto
fosse  chiaro, infatti, che la classe dirigente francese -  banchieri,
finanzieri  e  uno  o due grandi industriali - rappresentava  solo  un
settore  degli interessi della borghesia, e per giunta un  settore  la
cui  politica  economica era malvista dagli elementi  industriali  pi
dinamici  e  anche da parecchi interessi acquisiti, il  ricordo  della
Rivoluzione   del   1789  impediva  l'attuazione   di   una   riforma.
L'opposizione  infatti  era  costituita  non  solo  dall'insoddisfatta
borghesia,  ma anche dai ceti medi inferiori, specialmente  quelli  di
Parigi,  il  cui  peso politico era decisivo (nel 1846  essi  votarono
contro  il  governo, nonostante il loro suffragio limitato). Estendere
il  diritto  di  voto  poteva dunque significare aprire  la  porta  ai
potenziali giacobini, i radicali, che, se non fosse stato per il  veto
ufficiale,  sarebbero stati repubblicani. Il primo ministro  di  Luigi
Filippo, lo storico Guizot (1840-'48), prefer quindi lasciare che  ad
allargare  la base sociale del regime fosse lo sviluppo economico,  il
quale  a  sua  volta avrebbe automaticamente aumentato il  numero  dei
cittadini aventi i requisiti patrimoniali necessari per entrare  nella
vita  politica. Fu cos infatti. L'elettorato sal da 166.000 nel 1831
a 241.000 nel 1846. Ma questo non bastava. Il timore di una repubblica
giacobina manteneva rigida la struttura politica e sempre pi tesa  la
situazione  politica  della  Francia.  In  Inghilterra  una   campagna
pubblica   a  base  di  discorsi  pomeridiani,  come  quella  lanciata
dall'opposizione  francese  nel  1847,  sarebbe  stata   perfettamente
innocua. In Francia, invece, fu il preludio alla rivoluzione.
     Perch,  come  le altre crisi governative europee, essa  coincise
con una catastrofe sociale: la grande carestia che dilag in tutto  il
continente dal 1845 in poi. Il raccolto - e specialmente quello  delle
patate   -   era   scarsissimo;  intere   popolazioni,   come   quella
dell'Irlanda,  morivano  di  fame;  i  prezzi  dei  generi  alimentari
salivano.  La crisi industriale moltiplicava la disoccupazione,  e  le
masse  lavoratrici venivano private del loro modesto  reddito  proprio
nel  momento  in  cui  il  costo della vita  saliva  alle  stelle.  La
situazione variava da paese a paese e anche da regione a regione nello
stesso  Stato.  Fortunatamente per i regimi esistenti, le  popolazioni
pi misere, come gli Irlandesi o i Fiamminghi o una parte degli operai
delle  fabbriche di provincia, erano anche politicamente  tra  le  pi
immature:  gli  operai dei cotonifici dei dipartimenti  settentrionali
della  Francia,  per  esempio, sfogavano la  loro  disperazione  sugli
altrettanto  disperati immigranti belgi che affluivano  nella  Francia
settentrionale, anzich sul governo o sui datori di lavoro. Nel  paese
pi   industrializzato,  il  malcontento  popolare   era   gi   stato
notevolmente  attenuato  dal  grande boom  industriale  e  ferroviario
verificatosi  verso la met del decennio 1840-'50. Il 1846-'48  fu  un
periodo triste, ma non tanto quanto lo era stato il 1841-'42, e per di
pi  esso  fu  il breve preludio a quella che era realmente  una  fase
ascendente di prosperit
     
     p 490 .
     
     economica.  Ma, considerando l'Europa occidentale e centrale  nel
suo   complesso,   la  catastrofe  del  1846-'48  fu  una   catastrofe
universale, e l'umore delle masse, sempre ridotte quasi al livello dei
mezzi di sussistenza, era teso e agitato.
     Un   cataclisma  economico  europeo  coincideva  dunque  con   la
evidente  corrosione degli antichi regimi. Una rivolta  dei  contadini
galiziani  nel  1846;  l'elezione di un papa "liberale"  nello  stesso
anno;  una  guerra  civile tra radicali e cattolici  in  Svizzera  sul
finire  del  1847, vinta dai radicali; un'ennesima insurrezione  degli
autonomisti  siciliani  a  Palermo  all'inizio  del  1848.  Non  erano
semplici  pagliuzze  sollevate  dal vento:  erano  le  prime  raffiche
dell'uragano. E tutti lo sapevano. Raramente una rivoluzione    stata
prevista  in maniera pi universale, anche se non si era previsto  con
precisione  dove  e  quando  sarebbe scoppiata.  Tutto  un  continente
aspettava,  e  la notizia della rivoluzione sarebbe ora passata  quasi
istantaneamente di citt in citt grazie al telegrafo. Nel 1831 Victor
Hugo  aveva  scritto che gi sentiva "il suono cupo della rivoluzione,
ancora  nelle  profondit  della terra,  che  scava  le  sue  gallerie
sotterranee sotto tutti i regni d'Europa, partendo dal pozzo  centrale
della  miniera  che    Parigi". Nel  1847  quel  suono  era  forte  e
vicinissimo. Nel 1848 avvenne l'esplosione.
